Miracolo danese

Era l’estate del 1992, avevo 27 anni e stavo per diventare padre.
Quell’anno in Svezia c’erano gli europei di calcio, gli ultimi con solo 8 squadre nella fase finale: l’Italia era stata eliminata dai sovietici, che stavano per diventare CSI, a causa di due partite da dimenticare giocate con la Norvegia.
Le otto partecipanti erano la Svezia padrona di casa, la Germania campione del mondo, l’Olanda campione d’Europa, la Francia che stava iniziando a costruire un radioso futuro che l’avrebbe portata di lì a poco a diventare formidabile, l’Unione Sovietica appunto (o CSI), l’Inghilterra eterna promessa, la Scozia eterna outsider e per finire la “mina vagante” Jugoslavia, squadra fortissima con potenzialità incredibili e giocatori di livello assoluto come Mihajlovic e Savicevic.
Amante del calcio, mi apprestavo a vivere l’ultima kermesse continentale senza figli (!) e da osservatore perfettamente neutrale.
Dieci giorni prima dell’inizio, però, accadde qualcosa: in Jugoslavia imperversava la guerra e all’ultimo momento fu esclusa dalla competizione.
In quattro e quattr’otto gli organizzatori cercarono di mettere una toppa decidendo che avrebbe potuto prendere il posto della nazionale in maglia blu quella squadra che nel girone di qualificazione fosse arrivata seconda dietro a loro, ossia la Danimarca.
Ma nessun giocatore danese era preparato a tale evenienza, molti di loro erano in vacanza e avevano finito la stagione e gli allenamenti.
Furono richiamati tutti e in qualche modo misero su una squadra un po’ raffazzonata che più che altro serviva per fare numero e poter così salvare il format ormai deciso per la fase finale dell’Europeo.
Il giocatore più importante, fra l’altro, ossia Michael Laudrup, che a quell’epoca era una delle stelle del Barcellona, in lite con l’allenatore decise di non partecipare e lascio la sua nazionale, già poco quotata e per nulla pronta a giocare in condizioni ancor più critiche.
I giocatori più rappresentativi erano il fratello di Laudrup, Brian, estroso e talentuoso come Michael ma molto discontinuo e il portiere Schmeichel (fatto curioso, anche suo figlio diversi anni più tardi sarà protagonista di un’impresa forse ancora più clamorosa e di cui scriverò in questa nuova rubrica).
Si comincia.
I nostri eroi in maglia rossa giocano la prima partita con l’Inghilterra e dentro di loro pensano che la tattica migliore sia quella di prenderne il meno possibile: così si difendono con maggior ordine possibile e riescono abbastanza incredibilmente a portare a casa un insperato 0-0.
Nel secondo match tocca alla Svezia, compagine di livello inferiore a quella inglese, ma comunque dotata di buoni giocatori e soprattutto in favore di pubblico.
La Danimarca si difende strenuamente e spera in un altro pareggio, ma a metà del secondo tempo Brolin li gela: la Svezia esce vincitrice per 1-0.
E’ comunque un europeo dignitoso, finora… certo senza segnare, ma anche senza sfigurare.
Terzo turno, arriva la Francia: nello spogliatoio i ragazzi si guardano negli occhi e si dicono che in fondo vale la pena di tentare.
Difendersi e basta che senso ha?
Uscire, magari perdendo ancora 1-0, dicendo che la squadra ha retto fin che ha potuto… in fondo dopo due gare le gambe avevano ricominciato a girare, proviamoci!
La Danimarca affronta la Francia con un altro spirito, magari perderà 6-1, ma la partita stavolta se la gioca.
E allora attacca e prova a segnare e ci riesce, sorprendendo l’incredula avversaria francese che con i suoi campioni (Papin, Deschamps, Cantona…) non avrà certo problemi a recuperare.
I galletti attaccano e mettono a dura prova la difesa danese, finché non riescono a pareggiare.
Hanno anche altre occasioni, ma le sprecano e la Danimarca ci prova ancora e clamorosamente ritrova un altro gol e passa sul 2-1.
La Francia, colpita e smarrita, si getta in attacco, ma Peter Schmeichel tira giù la saracinesca e difende con i denti l’incredibile risultato e il clamoroso passaggio del turno.
A quel punto la Danimarca è lanciata verso il sogno: non hanno nulla da perdere, sono la squadra materasso, la più debole di tutte, ma ci sono.
Ci hanno interrotto le vacanze per fare numero? Adesso vi facciamo vedere di che pasta siamo fatti.
In semifinale c’è l’Olanda campione in carica, una montagna da scalare: Laudrup e compagni non si perdono d’animo e se la giocano a viso aperto, come contro i francesi, credendo in loro stessi e gettando il cuore oltre l’ostacolo.
Vanno due volte in vantaggio, vengono raggiunti, rischiano di capitolare più volte, ma altre volte si rendono pericolosi.
La partita è avvincente e finirà ai rigori e lì i danesi vinceranno la roulette, grazie anche alle parate del loro portierone.
La Danimarca è in finale!
Sì, ma contro i campioni del mondo della Germania, partita senza storia…
Oltretutto con la maggior stanchezza dovuta alla lunga semifinale con gli orange, mentre i tedeschi hanno vinto con relativa facilità contro la Svezia.
Ma ormai chi li ferma più?
Credo esista una sostanza invisibile nella testa di ogni uomo che ti da una forza superiore a tutto il resto, quando inizi un percorso virtuoso e senza apparente motivo continui a percorrerlo e fai imprese inimmaginabili.
Ormai la Danimarca era inarrestabile, il Sogno si era fatto troppo grande per essere fermato.
La favola era già scritta: la finale fu dominata, grandi giocate, armonia totale fra i reparti, una partita senza storia vinta per 2-0 con la Germania inebetita e spettatrice di tale prestazione.
E così i ripescati si portarono a casa il trofeo, che nessuno di loro potrà mai dimenticare.
E nemmeno nessun tifoso danese

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