Buco nero

E’ soprattutto grazie alla genialità e al grande lavoro svolto da Stephen Hawking, se oggi conosciamo alcune cose relative ai buchi neri, questi misteriosi divoratori di materia che si aggirano nell’universo.
I buchi neri sono stati stelle, un tempo.
Che poi si sono “spente” e hanno iniziato un percorso di “contrazione” su se stesse, fino a diventare talmente dense che la luce, che prima veniva “prodotta”, non riesce più ad uscire in quanto hanno una forza di gravità potentissima.
Come noto, la luce ha una velocità che non può essere superata, per cui se nemmeno lei riesce a “liberarsi” dalla morsa del buco nero, significa che assolutamente nulla, nessuna materia, può uscire da lì.
Cosa significa tutto questo?
Come si sa, la differenza fra scienza e filosofia, quando ci addentriamo su cose così “astratte” e lontane, si fa sempre più sottile.
Dove finisce questa materia?
Come possono questi mostri non distruggere tutto ciò che incontrano?
L’impressione è che molte cose ancora non siano note né comprensibili: c’è in gioco il concetto di tempo e di “direzione” temporale, un tema caro all’uomo che, notoriamente, non riesce ad accettare che non si possa “tornare indietro”.
Ci piace immaginare questa roba come fosse una sorta di “macchina del tempo”: certamente la realtà (ma cos’è la realtà?) sarà sicuramente molto diversa da quella disegnata dalle nostre fantasie e dalle nostre speranze.
Eppure qualcosa del genere, davvero, deve esserci… non esistono risposte, sennò, alle mille domande esistenziali che ci poniamo.
E un buco nero dopo cosa diventa? “Mangia” tutto ciò che trova? E poi?
E l’universo può morire? E rinascere? E c’è una “porta” altrove? E l’antimateria?
Non possiamo impazzire, ma solo divertirci a cercare di capire ciò che non potremo mai capire e dire la nostra… tanto su queste cose ognuno può avere ragione.

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APP

No, non mi riferisco al termine moderno app, abbreviazione di applicazione, di cui tutti parlano giornalmente, ma al Progetto di Alan Parsons.
The Alan Parsons Project, ovvero uno dei gruppi musicali che mi hanno deliziato maggiormente, nato dall’idea dell’ingegnere del suono dei Pink Floyd, che ha incontrato una delle menti musicalmente più creative.
Alan Parsons ed Eric Woolfson.
Il progressive rock a base di canzoni musicalmente curate dall’alchimista Parsons, all’interno di vere e proprie opere a tema, il tutto da studio, con l’ausilio di musicisti e cantanti “di passaggio” che, di volta in volta, hanno interpretato le loro canzoni.
Io ho particolarmente apprezzato la meravigliosa voce di Lenny Zakatek, ma è impossibile non nominare quella Clare Torry, che in “The great gig in the sky”, celeberrima hit dei Pink Floyd, prestò la sua voce come fosse uno strumento musicale, in uno dei pezzi che hanno fatto la storia della musica rock.
Straordinari i pezzi di sola musica e bellissimo il disco “The turn of a friendly card”, il migliore in assoluto, in base ai miei gusti.
E’ con “Eye in the sky” che il Project, benché non si presentasse ancora mai dal vivo, si mostrò alla ribalta del popolo.
E da lì, inevitabilmente, è incominciata la sua discesa.
Mi piace ricordare il grande Eric, morto ormai da qualche anno.
E verrà un giorno in cui mi gusterò di nuovo tutte le loro canzoni, nel buio e nella solitudine, come facevo da ragazzo.

Farfalle

Esiste una disciplina sportiva poco vista in televisione e in generale, ossia la ginnastica artistica.
Peraltro in Italia esistono le “Farfalle azzurre” che, nel più assoluto anonimato, conquistano medaglie e trofei.
Confesso che non è esattamente lo sport che preferisco, ma ho avuto voglia di vedere uno degli esercizi che le nostre atlete, tutte ragazzine molto giovani, hanno svolto recentemente a Sofia durante i campionati mondiali.
Ho visto il meglio del meglio, loro hanno vinto ori e medaglie in più discipline di ginnastica ritmica: sono rimasto affascinato nel vedere uno spettacolo così bello.
L’estetica nello sport è sempre una cosa positiva, basti pensare a certe partite di calcio dove gesti tecnici inseriti in un quadro tattico molto preciso hanno un gusto per me straordinario.
Ma ammetto che è stato speciale vedere queste farfalle volteggiare, con questa maestria, con questa incredibile precisione e sincronia.
Bellezza, arte, estetica, tutto questo c’è in questo sport, quando si intravede il lavoro dietro le quinte e il risultato è così maestoso.
Applausi

Odio il motorino

Il fatto che io scriva su questa piattaforma che nessuno – e quando dico nessuno intendo proprio nessuno – viene a leggere (soprattutto per via del fatto che io mi sono allontanato dai social e non esiste alcuna pubblicità in proposito), mi da se non altro la possibilità di scrivere tutto quello che mi pare senza che ci sia chi si offende o chi rompe letteralmente il cazzo.
Così ho deciso di mollare pian piano gli argini che mi impediscono di esprimermi liberamente, almeno qui.
E voglio iniziare da un argomento soft, anche se immagino già quanta gente che usa il motorino si offenderebbe da quanto sto per scrivere.
In effetti il titolo sarebbe dovuto essere “odio chi guida il motorino”.
Che è diventato il simbolo, ai miei occhi, dell’italica mentalità, quella di chi si lamenta delle cose che non funzionano e poi in tale situazione ci sguazza allegramente.
Il fatto che i servizi pubblici non funzionano, anziché dare impulso a far sì che si cerchi di migliorarli, ha creato questa meravigliosa risposta alternativa: mi compro il motorino (che ha prezzi fuori da ogni logica) e mi muovo come voglio.
C’è traffico? Ti vo nel culo e dribblo tutte le macchine.
Il motorino è quello preferibilmente truccato con rumori fuori norma ed è lo strumento principe dell'”anarchia negativa” degli italiani (non a caso in altri paesi più evoluti non se ne vede uno).
Il motorino è anche strumento di morte, di incidenti, di situazioni pericolose: lo dicono le statistiche, ma sembra che non interessi.
Il motorino te lo ritrovi nella tua corsia per cui devi stringere a destra e non fare sorpassi, te lo ritrovi contromano, ma devi stare attento te a lui e non viceversa.
Te lo ritrovi a zigzagare e a tagliarti la strada e stai pur certo che se becchi il rosso pieno, prima che torni il verde ti arriva un motorino davanti e devi aspettare che si muova lui per partire.
Te lo ritrovi parcheggiato nel posto dove dovrebbe stare l’auto e guai se tu fai altrettanto nei posti dedicati a loro.
La totale assenza di regole – accompagnata da una tolleranza insopportabile nei loro confronti da parte di chi dovrebbe vigilare – è il piacere assoluto per loro e di sicuro non baratterebbero più un servizio efficiente con il loro balocchino.
Le regole della strada le fanno loro, esiste un codice non scritto totalmente diverso da quello ufficiale della strada.
E’ l’individualismo pubblico, versione “motoria” del cellulare, espressione di una voglia di libertà che esce fuori malata, malatissima, dove si calpestano le regole e con esse i diritti degli altri.

La forza del gruppo

Sono ancora a parlare di Fiorentina, la cosa mi stupisce… erano mesi, forse anni, che non mi tornava così tanta voglia, proprio adesso che non posso più vederla, proprio adesso che siamo approdati in una situazione purtroppo ben lontana dai periodi di Prandelli e Montella (nonché del primo Sousa, benché la società avesse proprio con il portoghese iniziato il ridimensionamento).
Ma non è tanto il fatto che la squadra – la più giovane del campionato – abbia vinto due partite su due la causa di tutto questo, quella semmai è una conseguenza.
La causa è questo gruppo di ragazzi, questo “spogliatoio” magico, ricompattato dalla tragedia della morte del Capitano: un gruppo di ragazzi quasi eroici, che hanno poco a che vedere con le bizze di alcuni calciatori di altre realtà.
In campo soffrono e giocano l’un per l’altro, creando numeri di alta scuola come quello che ha permesso alla Fiorentina di battere l’Udinese: un gol che è poesia pura, bellezza senza confini, un gol che ha fatto esplodere uno stadio intero e che ha ritrovato tutti i giocatori ad abbracciarsi fra loro, con Pioli impazzito sopra al capannello, addosso ai tifosi in estasi, creando una scena che è perfino difficile da capire, se non si conoscono le emozioni che questi ragazzi straordinari provano ogni volta.
Oggi Biraghi, miracolato all’interno di un gruppo “extraterrestre”, dal ritiro della nazionale italiana per la quale è stato incredibilmente convocato, ha detto che se la Lega fa il pugno duro imponendo al nostro capitano Pezzella di indossare la fascia “standard” al posto di quella personalizzata e dedicata ad Astori, con il benestare della società, “noi disobbediremo e pagheremo ogni volta tutti insieme la multa”.
Mi pare che non ci sia altro da aggiungere.
Se non che, con questo spirito, se la storia insegna davvero qualcosa, non ci sono limiti per nessun obiettivo.
Nessuno.

La Viola e le idee “sporche”

Come ho scritto in un post qui sotto, quest’anno non seguirò la Fiorentina, né nient’altro riguardante il calcio.
E non certo per mia scelta.
Questo mi rende “orfano” di una passione, che cerco di coltivare in maniera più virtuale che reale, per esempio giocando a Top Eleven o a Fifa 2018.
In questa finzione calcistica permanente ne aggiungo una nuova, con la pretesa di agganciare un po’ di realtà del mondo viola.
Ho letto le interviste di Pioli sulla squadra e sulla tattica che questa adotta e ho letto alcuni commenti in merito all’atteggiamento tattico della squadra che ha battuto il Chievo per 6-1.
La base di partenza quest’anno, è risaputo, è un 4-3-3, ma ogni reparto presenta delle novità tattiche davvero molto interessanti: in difesa, come disse lo stesso tecnico gigliato, “ci piace giocare un po’ sporchi”, che tradotto significa che non è il classico 4-3-3, ma spesso la difesa, in fase di impostazione, si dispone a tre, con Biraghi che sale e gli altri tre a palleggiare.
La classica difesa a “3 e mezzo”, novità tattica introdotta da Paolo Sousa che, non mi stancherò mai di dirlo, ha avuto pochi riconoscimenti per le brillanti idee che ha portato.
Ma questo non è tutto: la Fiorentina è idealmente “sporca” quando utilizza il proprio portiere come se fosse una partita di calcio a 5, toccando mille palloni a partita e partecipando attivamente alla manovra di avvio azione quasi come fosse un giocatore di movimento.
E la “sporcizia” prosegue a centrocampo dove, senza più il play classico come Badelj, la squadra gioca con movimenti e rotazioni continue, senza che si capisca davvero quale sia la posizione dei tre interpreti.
Il reparto più pulito sembra l’attacco, dove al massimo i due esterni si scambiano o si accentrano, oppure si allargano per favorire gli inserimenti dei centrocampisti; ma Pioli ha smontato anche questa visione, quando ha affermato che non è affatto detto che fra i tre giocatori d’attacco ci debba per forza essere una punta vera, anticipando scenari in cui ci possiamo immaginare una squadra senza attaccanti veri in alcune occasioni.
Del resto lo stesso Simeone arretra spesso e recupera palla o si allarga.
Insomma, questa grande orchestra senza punti di riferimento pare essere una novità assoluta, a livello tattico: o bene bene o male male, si dice da queste parti.

Crolli

Ieri è crollato il tetto di una chiesa a Roma, fortunatamente senza danni.
Che avrebbe potuto fare, qualora il crollo fosse avvenuto in un momento diverso: basti pensare che domenica prossima era previsto un matrimonio, dove adesso ci sono le macerie.
Il 14 agosto scorso è crollato il ponte Morandi, ossia un pezzo del tragitto autostradale intorno Genova dove penso siamo passati tutti almeno una volta.
Quella tragedia che, fra l’altro, ha causato 43 morti, è a parer mio un colpo psicologico incredibile per ciascuno di noi.
Perché insieme alle schifezze italiche e al sottofondo di sterili quanto in fondo distaccate lamentele popolari, eravamo soliti avere un pavimento di sicurezze, crollate anch’esse come la strada dove stavano passando le sventurate vittime.
Sì, lo sappiamo, in Italia non funziona nulla, siamo un paese da barzelletta, etc.etc., ma in fondo quella sicurezza la sentivamo, eravamo tranquilli quando facevamo le cose “normali”, come prendere l’auto e andare in autostrada, il che non è esattamente la stessa cosa che scalare una montagna, col rischio di cadere giù.
Questo terrore ci paralizza, molto più di un atto terroristico, che viene visto comunque come un qualcosa di “particolare”, in cui è davvero difficile trovarsi coinvolti.
Stavolta ci siamo colpiti da soli e fa molto, molto più male.