The untouchables

Anni ’80, ero giovane: fra i tanti film del mio attore preferito, Kevin Costner, vidi per la prima volta Gli Intoccabili, inconfondibile regia di Brian De Palma, cast di attori straordinari, un cult.
Il titolo è chiaramente fuorviante, la morte arriva e alla fine tutto si può dire fuorché i nostri eroi fossero intoccabili, ma così si sentivano quando hanno iniziato la loro avventura e quella sensazione fu il motore delle loro imprese.
Alla fine in qualche modo il risultato arriva, del resto è storia, anche se quello è solo un film.
Nella realtà italiana avevamo anche noi un pool di persone straordinarie che a me ricorda le gesta di Sean Connery o Andy Garcia, era formato tra gli altri da Giovanni Falcone e Salvatore Borsellino: il capo del pool antimafia era un giudice siciliano trapiantato in Toscana e fiorentino di adozione, persona straordinaria.
Come tutti sanno lui si chiamava Antonino Caponnetto, che sostituì Rocco Chinnici, assassinato dalla malavita organizzata: sapevano bene tutti loro che lottare contro la mafia voleva dire lottare contro tutto e tutti, sapevano che il loro nemico si era infiltrato fra le mura amiche e che la partita da giocare era difficilissima, eppure forse erano animati da un senso della giustizia e del dovere che andavano oltre.
Chi gliel’ha fatto fare, si potrebbe pensare: erano davvero eroi e forse anche loro, almeno all’inizio, si sentivano intoccabili.
Poi lo Stato / Mafia colpì e uccise.
Quando Caponnetto fu trasferito sapeva che il fidato Falcone avrebbe preso il suo posto e invece la longa manus eliminò il suo piano e a capo del pool fu messo tal Meli, inizio di una strategia di sabotaggio che culminò nella totale decapitazione del glorioso pool che, fra le altre cose, attraverso il pentito Buscetta, aveva potuto istruire l’ormai celeberrimo maxiprocesso.
Quando 27 anni e due giorni fa in via D’Amelio venne ucciso, dopo Falcone, anche Borsellino, Caponnetto disse “E’ finito tutto…”, ma più delle parole colpì la sua espressione disperata e persa nel vuoto.
Poi se ne pentì, ma il suo pentimento fu sicuramente dovuto più al suo senso del dovere che non ad una reale convinzione: troppo sincera fu quell’espressione, segnale di una sconfitta irrimediabile, al contrario di ciò che accadde nel film di De Palma.
Ieri pensavo a tutto questo quando ho appreso della morte di Francesco Saverio Borrelli: tutta un’altra storia, completamente diversa, il capo di un altro pool di persone per bene, anche se le mille polemiche di quegli anni ’90 in fondo non hanno ancora cessato di placarsi.
Italia.

Annunci

Rocco e nostalgia

Un grande entusiasmo sta avvolgendo la nuova Fiorentina a stelle e strisce in salsa calabra: Rocco fa sognare, perché porta passione e soldi, facendo capire che ha tutta l’intenzione di fare le cose per bene e di riportare i viola in situazioni molto più piacevoli per chi la ama.
L’ambizione non manca e nemmeno l’intelligenza, quella che deve avergli suggerito di ricreare un ambiente molto più “nostrano” e popolare: Antognoni avrà un ruolo importante, poi si parla di Batistuta, così come si era ventilata l’ipotesi di un ritorno di Rui Costa.
Le caselle che contano si stanno per riempire e anche qui si pesca nel passato, con il grande ritorno di Daniele Pradè e la ricostituzione della coppia con Montella.
Io sono contagiato dall’entusiasmo e sono felice e pieno di sogni e di speranze.
Nonostante tutto mi viene voglia, almeno su un argomento, di andare contro corrente: tornando indietro nel tempo più recente c’è un personaggio che è stato amato poco, meno di quanto avrebbe meritato (anche probabilmente per colpa del suo carattere) e soprattutto è stato sottovalutato in maniera clamorosa.
Sto parlando di Paulo Sousa, colui che ha fatto esordire Chiesa quando tutti pensavano fosse impazzito, colui che ha dato un ruolo a Bernardeschi che, grazie anche a lui, è diventato un giocatore importante.
Colui che ha rigenerato Ilicic, che oggi è uno dei veri mattatori di quell’Atalanta arrivata in Champions League.
Colui che ha rivoluzionato tatticamente il calcio moderno introducendo il doppio modulo, a seconda che si giochi in fase di possesso o meno.
Prima di lui quasi nessuno capiva cosa fossero le transizioni.
La Fiorentina di Paulo Sousa aveva un’identità di gioco precisa e dominava le partite in maniera eclatante, pur con l’handicap di un gap da riempire fra la forza del proprio organico e quella degli avversari.
Ieri ho visto l’Italia di Mancini giocare con la difesa a tre e mezzo, oggi quasi tutti praticano ciò che lui ha letteralmente inventato quando si trovava in riva all’Arno.
Per come vedo il calcio io, Sousa meriterebbe di essere riabilitato dall’opinione pubblica e anche in maniera pesante.
Ma probabilmente non importerebbe nemmeno a lui.
Forse.

Fine di un’era, seconda parte

Il bilancio di 17 anni di Fiorentina targata Della Valle è in grande perdita: nessun trofeo conquistato.
Questo fa da contraltare ad alcune belle stagioni accennate nel post precedente.
Stesso dicasi per la gestione del club, da una parte oculata (contro le follie contabili del precedente proprietario), dall’altra piena di figuracce assurde, inimmaginabili per chi dovrebbe essere un esempio di organizzazione.
Ne cito solo tre, forse le più clamorose, di una lunga serie: l’acquisto di Berbatov a cui fu pagato il volo che mai prese, quello di Milinkovic Savic, arrivato in sede a non firmare e l’orripilante vicenda Salah per cui ci ridono ancora dietro.
Ma il problema maggiore è stata la totale incapacità di comunicare: comunicati deliranti, nessuna “discesa” verso i propri tifosi, nessun tentativo di vivere la città, di capire la gente, di “abbassarsi” alla passione condivisa.
E poi le liti con gli allenatori, da Prandelli a Montella a Sousa a Pioli.
Il caso Montella è stato incredibile, licenziato in tronco con un comunicato che non si riserva nemmeno al peggior nemico: prassi vuole che per scritto si ringrazi del lavoro svolto e si auguri di trovare fortuna altrove, in questo caso addirittura si trattava di licenziare uno che alla Fiorentina aveva fatto bene davvero, anzi benissimo.
E l’averlo ripreso senza che nessuno abbia capito il motivo forse è stato il modo di riparare a quello scempio, chissà.
Per quanto mi riguarda, però, il momento peggiore è stato quando la Fiorentina, avviata verso un volontario ridimensionamento, si è ritrovata attraverso il brillante girone di andata del primo anno di Paulo Sousa, addirittura nella zona di classifica dove alloggiano coloro che lottano per lo scudetto.
Chissà, avrebbe potuto manifestarsi una sorta di Leicester tricolore, invece accadde ciò che tutti sanno… l'”uomo nero” (cit. Pradè), Benalouane rotto preso il 31 gennaio, un mercato invernale che significava che ci stavamo sbagliando.
E da lì, e lo capimmo subito (ma non tutti, purtroppo), è iniziata la rovinosa discesa che ci ha portato fino a oggi.
Per fortuna mi sbagliavo, qualche settimana fa, quando scrissi che Diego Della Valle non avrebbe ceduto, ammissione di una sconfitta che pensavo non volesse ammettere.
Per fortuna siamo arrivati al cambio di testimone: speriamo bene.
Ma intanto era assolutamente necessario.
OEO

Per fortuna mi sbagliavo (OEO)

Ieri, 1 Giugno 2019, la Fiorentina ha ufficializzato l’imminente cessione degli attuali proprietari: la famiglia Della Valle se ne va, dopo 17 anni di storia viola.
E allora facciamo un breve bilancio di questo periodo: all’inizio grande entusiasmo e grande gioia, condivisa.
Il popolo viola, stremato dalle vicende cecchigoriane e dal fallimento sportivo che poteva determinare l’uscita di scena dal pallone che conta, si ritrovò con una delle famiglie più potenti d’Italia e poté trasformare le proprie paure in grandi speranze: si ripartì dalla C2 e, diciamolo, fu anche estremamente divertente, così come piaceva a tutti noi l’idea di ricominciare da capo e tornare là dove ci competeva attraverso vittorie in campionati minori.
Fu una bella cavalcata, infatti, anche se più breve del previsto: la scorciatoia che fu presa con l’ammissione diretta dalla C2 alla B non piacque ad alcuni di noi, nonostante tutti fossimo d’accordo sul fatto che la Fiorentina era stata comunque penalizzata oltremodo, al confronto per esempio con altre squadre che furono graziate per colpe ben superiori.
Forse per essere rientrati in serie A troppo velocemente, avemmo un inizio stentato che ci fece rischiare di retrocedere: erano gli anni di Calciopoli, la Fiorentina era vessata e malvista (basti ricordare i “cattivi pensieri” di Zoff).
Incredibilmente, invece, Calciopoli sancì che noi eravamo carnefici e non vittime, forse solo per una questione di grande ingenuità.
Quello fu il primo colpo per i nostri proprietari, coinvolti in accuse infamanti e quasi totalmente infondate.
Ma loro non si persero d’animo e, grazie al passo in avanti del fratello minore Andrea, iniziarono ad investire nella Fiorentina, creando una squadra davvero bella: erano gli anni di Prandelli, della Champions e del bel gioco.
Purtroppo l’ulteriore salto in avanti non era possibile senza modificare qualche regola, cosa che il Palazzo non consentì mai alla famiglia marchigiana.
Che dunque decise di tentare la carta del business cittadino: un impianto sportivo di proprietà, con annesse attività commerciali, alberghi, campi di allenamento, etc. etc., una vera e propria “cittadella” che fu disegnata con l’ormai celebre nuvola di Fuksas.
Dopo Calciopoli, la famiglia Della Valle stava per prendere la seconda grande scoppola: quel progetto di 11 anni fa è ancora in attesa di essere messo in pratica.
Diego Della Valle, ormai arresosi alle invincibili burocrazie della politica (e agli ostacoli di qualche imprenditore fiorentino in odore di massoneria), si fece da parte per sempre, almeno riguardo all’immagine pubblica.
Forse già in quel momento era venuta l’idea di uscire dal calcio.
Ma ci fu un’ultimo tentativo: il fratello Andrea voleva continuare, gli piaceva, si era appassionato davvero e aveva coinvolto anche suo figlio.
Nacque così l’idea di provarci lo stesso e fu lì che la Fiorentina iniziò a fare investimenti oltre le proprie possibilità scommettendo su un ritorno economico dovuto alle sperate vittorie.
Dopo aver ricostruito la squadra con giocatori di grande spessore tecnico (erano gli anni di Montella e del tiki-taka nostrano), la Fiorentina prese lo sfortunato campione Pepito Rossi infortunato, con la speranza di riaverlo sano e al top in pochi mesi e soprattutto riuscì a convincere quello che allora era uno dei più forti attaccanti al mondo a venire a giocare con la maglia viola: Mario Gomez.
L’operazione Gomez, nel nostro piccolo, era tipo quella di CR7 alla Juve: cartellino strapagato, ingaggio faraonico, sponsor che ne coprivano in parte l’uscita.
Dopo un inizio promettente, però, la Fiorentina di Della Valle stava per subire il terzo e definitivo colpo alle speranze di un rilancio: Pepito Rossi subì un altro grave infortunio e non riuscì più a tornare quello che era, mentre il campione tedesco, infortunatosi pure lui per lungo tempo, subì una involuzione imprevedibile per cui non riuscì più ad esprimersi a livelli appena soddisfacenti, al punto che gli sponsor scomparvero in men che non si dica, costringendo la Fiorentina a liberarsene addirittura regalandolo.
Il dopo è storia recente: l’autofinanziamento, l’inevitabile ridimensionamento, le contestazioni dei tifosi, la cessione che sta per avvenire.
Con un solo, imprevedibile, sussulto: la prima Fiorentina di Paulo Sousa.
Ma di questo e degli orrori dellavalliani che giustificano il titolo di questo post scriverò in seguito.

Povera Fiorentina

Ho mollato la Fiorentina.
Come tanti.
Non se ne può più.
Però… adesso mi è venuta voglia di scrivere: perché se è vero che provo un distacco mai avuto prima, è anche vero che non posso fare a meno di leggere e vedere cose che la riguardano e che mi provocano spesso reazioni di sgomento.
Siccome l’argomento di attualità è la lettera di Diego Della Valle, tutti si sono affrettati a cercare di capire i perché di un simile sfogo e le conseguenze che esso potrà avere.
Ho letto anche che fra Firenze e DDV è finita.
Ecco, su questo punto non riesco più a stare senza dire la mia.
Se DDV volesse lasciare la Fiorentina (come molti auspicano e ovviamente anche io stesso), per quale motivo avrebbe preso Montella e avviato attraverso l’apparentemente inamovibile Corvino tutta una serie di manovre di mercato per la prossima stagione?
E poi, proprio l’arrivo di Montella dovrebbe far pensare che l’Aeroplanino abbia avuto ampie garanzie sul futuro.
A chi dice che con una lettera come questa si è superato il punto di non ritorno, rispondo: e con la lettera scritta quando lo stesso Montella fu allontanato dalla squadra viola non si superò il punto di non ritorno? E invece lui è di nuovo qui.
Ormai l’abbiamo capito com’è fatto Diego, è un impulsivo, permaloso, fa sparate di questo tipo e poi dopo chissà.
Per me la lettura di tutto quello che sta accadendo è molto più ampia: dopo gli entusiasmi iniziali DDV ha subìto un uno-due micidiale (Calciopoli e il Plastico di uno stadio che non verrà mai realizzato) e ha deciso di allontanarsi dall’ambiente viola, dove invece aveva iniziato a muoversi il fratello Andrea.
Con quest’ultimo si sono viste ottime cose, in fondo… proprio con Montella allenatore, erano i tempi in cui c’era ancora voglia di investire (da parte di Andrea), poi alcune cose sono andate male, una su tutte l’affare Gomez che, insieme agli infortuni di Pepito Rossi, hanno affossato le ambizioni di una società senza gli introiti di una grande.
Alle prime contestazioni tutto si è sciolto come neve al sole e i Della Valle sono rimasti prigionieri di una situazione di stallo e con essi anche la squadra e tutto l’ambiente.
Unica speranza la “cittadella”, pur ridimensionata, che consente alla proprietà eventualmente di uscire dando un congruo valore al prodotto in vendita, oppure di tornare ad investire con le adeguate coperture.
E allora fu richiamato Corvino il mago delle vendite e delle plusvalenze, in modo da far stare a galla la squadra senza mettere più un soldo.
A questo punto è iniziato un gioco di equilibrio e di tempo: la scommessa era cercare di arrivare al dunque prima della inevitabile contestazione che prima o poi sarebbe scoppiata, visto che la Fiorentina sta galleggiando nell’anonimato e la proprietà è assente.
Non ci si è riusciti: a questo punto è ufficiale.
La squadra è addirittura in lotta per non retrocedere, la piazza è diventata incandescente e i paletti burocratici che bloccano la struttura auspicata sono ben vivi, checché ne dica il sindaco in fase preelettorale.
Ecco il perché dello sfogo.
Adesso c’è da capire come proseguirà, ma sono pronto a scommettere che DDV voglia uscire alla sua maniera da questo impasse e potrebbe anche rilanciare in grande stile, ovviamente abbandonando il progetto Novoli e chissà magari cercando alternative con sviluppo pressoché immediato in zone molto lontane dal comune di Firenze, magari comprando il terreno e muovendosi in autonomia.
Ma questa è solo una delle tante idee che mi frullano in testa.
Oppure rilanciare il Franchi e il Centro Sportivo Astori e cercare nuove sfide senza le entrate desiderate.
Ma in ogni caso immagino che ci sia una figura di riferimento diversa da lui o Andrea e il figlio Filippo potrebbe essere il profilo giusto.
Chissà.

Storia inventata oggi a Viola

C’era una volta un uomo che viveva insieme al suo bambino.
La loro vita era bella, piena di giochi e di tante belle cose.
Mancava solo la mamma…
Ma i due giocavano sempre insieme e si divertivano e si volevano bene.
Un giorno il piccolo espresse il desiderio di andare a giocare nella “zona rossa” del bosco: era un posto dove i bambini non potevano andare, perché pericoloso e infestato da lupi mannari.
Ma lui voleva andarci, perché sapeva che lì c’erano giochi meravigliosi e voleva provarci.
Il suo babbo, però, fu categorico e glielo proibì solennemente.
Un giorno i due giocarono tantissimo, come facevano sempre e poi andarono a letto.
Il piccolo però a un certo punto si svegliò e, visto che il padre dormiva profondamente, uscì di casa di nascosto e si diresse nel bosco, fino a raggiungere il luogo tanto desiderato.
Rimase estasiato da tanta bellezza: c’erano giochi magici, luci colorate, un’oasi di divertimento e di scoperta.
Ma dopo poco tempo un lupo si accorse di questa presenza e non gli sembrava vero di poter mangiare un simile bocconcino.
Così prese la rincorsa e si avventò su di lui, con un balzo incredibile.
Il bambino vide la bestia che gli arrivava addosso e i suoi occhi furono colmi di terrore.
Ma in quel preciso istante una fata passò di lì e con la sua bacchetta magica incenerì il lupo un attimo prima che arrivasse alla sua preda.
Dopodiché andò dal bimbo, lo prese in collo e gli sussurrò che mai più avrebbe dovuto disubbidire al padre.
Lo coccolò fino a farlo addormentare e lo riportò a letto.
Il babbo non si accorse di nulla.
Al mattino i due si svegliarono e andarono a fare colazione e, con grande sorpresa, c’era la fata senza gli abiti da fata ad aspettarli.
“Mamma!” disse il bambino, abbracciandola.
E da quel giorno i tre furono inseparabili.

Di parte?

Da che parte stai?
Quante volte ho sentito questa frase.
Ma io non sono di parte, non lo sono mai stato, non fa parte del mio carattere.
Sono troppo libero per essere di parte, di qualunque parte.
Anche la migliore possibile, comunque, ha dei contorni che mi stanno stretti, proprio perché non voglio contorni.
Ma questo non significa che sono “diplomatico” o, peggio, vigliacco.
Non significa che sono menefreghista o pigro.
Ho le mie idee.
Non sono indifferente, se non prendo posizione, semmai sono differente.
A volte mi trovo a pensarla come altri, ma non esiste automatismo, per cui a quel punto io sono schierato o schedato.
Se sono amico di “X”, non sono per forza contro “Y” e il giorno che sono più allineato con “Y” non significa che io debba essere considerato un voltagabbana o un traditore.
La coscienza è il nostro unico punto di riferimento.
Ma com’è difficile…
Libertà.
Da riconoscere, rispettare, ottenere.
Io per primo.