Niente cambia

Quando ero ragazzo, con i miei amici mettevamo gli adesivi contro il nucleare sulle nostre auto: erano i tempi di Chernobyl.
Oggi c’è Zaporizhzha o come cavolo si scrive.
All’epoca si diceva che dovevamo semplicemente convertire tutte le centrali in quelle di ultima generazione perché sicure: oggi ci dicono le stesse cose, con la differenza che quelle all’epoca sicure oggi sono quelle da dismettere.
Se l’umanità riuscirà a continuare ancora un po’ la propria esistenza, fra qualche anno il Berlusconi di turno ci dirà che il nucleare di quinta generazione è quello giusto e sicuro e pulito.
Oggi, senza più vergogna, nonostante ciò che sta accadendo in Ucraina, si devono ancora sentire tali vomitevoli dichiarazioni, oltretutto in barba ai NO che sono stati più volte pronunciati dai cittadini contro il nucleare nei vari referendum che si sono succeduti.
Gli stessi cittadini sovrani che decidono democraticamente e che dovrebbero decidere democraticamente magari anche l’elezione del Presidente della Repubblica.
E che magari saranno chiamati ad esprimere i loro voti attraverso altri referendum i cui risultati continueranno ad essere puntualmente disattesi e che se non andranno a votare saranno anche additati di indifferenza o irresponsabilità.
Quegli stessi cittadini che fra poco più di un mese dovrebbero andare a votare un qualcosa che poi verrà come sempre rivoltato da eventi successivi al di fuori dalle urne.
Ormai sto entrando negli ultimi anni della mia vita e ho perso le speranze di vedere qualche sogno e qualche ideale realizzarsi: e francamente preferisco non illudere i miei figli, in barba ai desideri di insegnamento di regole e ideali a cui ho creduto e ai quali non credo più.

Niente favola

Il St Gilloise non ce l’ha fatta.
Non sapevo, in tutta onestà, che in Belgio il campionato avesse una “coda” dopo la stagione regolare: un play off fra le prime 4 classificate dove la posizione di partenza è la metà arrotondata per eccesso dei punti conquistati nella regular season.
Ovviamente questa formula da molte chance in più alle squadre sulla carta più forti, perché possono giocarsela negli scontri diretti nei play off dove i 3 punti contano come 6 punti fatti in regular season.
E così è accaduto: il Bruges ha vinto entrambe le partite e ha sorpassato i nostri eroi vincendo il campionato.
Un vero peccato, ma l’impresa rimane: una grande impresa

Una favola da scrivere

Quando andiamo a leggere l’albo d’oro dei campionati italiani di calcio, ci accorgiamo che esiste una squadra, la Pro Vercelli, che ha vinto 7 scudetti, nonostante non compaia nel calcio che conta da decenni.
Io, per esempio, nonostante la mia veneranda età non l’ho mai vista giocare.
Nel campionato belga esiste un caso simile: l’Union St Gilloise ha vinto ben 11 titoli, ma l’ultimo risale a 87 anni fa e molte persone forse non sanno neanche di che colore abbia la maglia.
Ultimamente però la squadra gialloblu di Saint Gilles, periferia di Bruxelles, ha rimesso in moto le proprie ambizioni e ha iniziato una scalata verso il ritorno nel grande calcio: i proprietari sono inglesi e non hanno nascosto di voler riportare il glorioso e dimenticato club in posizioni di maggior prestigio.
Certo nessuno, forse nemmeno loro stessi, avrebbero mai immaginato una realtà tanto florida come quella attuale… capitanata dal tecnico Mazzù – di chiara origine italiana – il Saint Gilloise ha impostato il proprio gioco con un’aggressività e un agonismo fuori dalla norma: la squadra gioca un calcio propositivo e offensivo, quasi irriverente.
Lo scorso anno i gialloblu hanno dominato il campionato di seconda divisione e sono tornati in “Jupiler League”, la nostra serie A: da neopromossa hanno affrontato con la loro voglia di divertirsi e di giocare al calcio le squadre più forti senza paura, inanellando una serie di vittorie clamorose quanto inaspettate.
Oggi la squadra di Mazzù, all’inizio del girone di ritorno, è in testa alla classifica con 10 punti di vantaggio sulla seconda, che è l’Anversa, appena battuta ieri in trasferta nello scontro diretto grazie a una doppietta di un calciatore tedesco che si chiama Undav e che sta strabiliando tutti per la sua straordinaria efficacia sotto porta.
In Belgio ci sono squadre come Bruges, Anderlecht, Standard Liegi che si dividono i campionati ormai da anni, a parte un paio di parentesi con vittorie di Genk e Gent, società comunque sempre presenti nel campionato che conta.
Non saranno forti come le squadre spagnole o inglesi, ma di certo spodestarle dal trono, questo dice la storia, non è per nulla facile.
Ci sta invece riuscendo questa piccola grande squadra che, nonostante le dichiarate ambizioni, non ha fatto chissà quali investimenti, anche perché di sicuro non era in preventivo ciò che sta accadendo.
Un’altra favola sta dunque per essere scritta: spero vivamente di non aver “gufato” anticipandola, ma credo che ormai la voglia di arrivare a questa impresa epica sia tale che niente possa più ormai rovinarla.

La matematica non è un’opinione

L’argomento che mi appresto ad affrontare è, immancabilmente, il Covid-19.
Sento tante voci discordanti, alcune irricevibili, altre accettabili anche se non combaciano con le mie, ma ci sono delle cose su cui non si può avere un’idea diversa, di fronte all’evidenza dei dati.
Ho preso i numeri dei ricoverati in terapia intensiva, che a ieri in Italia ammontavano a 1.677 unità.
Di questi, 1.090 sono non vaccinati.
Al momento i non vaccinati over 12 in Italia sono circa il 10% della popolazione, però in terapia intensiva non c’è il 10% dei non vaccinati, ma il 65%.
Questo significa che un non vaccinato ha una probabilità molto più alta di entrare in terapia intensiva rispetto ad un vaccinato (circa 22 volte in più, secondo i miei calcoli).
Ragionando in maniera “individuale” un novax potrebbe obiettare che, comunque, i dati assoluti sono ancora molto bassi e che quindi, anche ammettendo quanto sopra scritto, la probabilità di entrare in terapia intensiva resta comunque molto bassa (mentre per un vaccinato è veramente bassissima).
A me parrebbe intelligente comunque ridurre al minimo i rischi, anche ragionando a livello individuale.
In ogni caso però non possiamo fare un ragionamento egoistico di fronte ad una pandemia: perché quei numeri assoluti bassi corrispondono a numeri altissimi per il sistema sanitario e a disagi terribili per tutti noi.
Non voglio qui mostrare il disastro che si sarebbe creato se nessuno si fosse vaccinato (del resto nel 2020, prima dell’esistenza dei vaccini, siamo stati costretti a lockdown e restrizioni pazzesche), ma voglio invece evidenziare che numeri ci sarebbero, matematicamente parlando, se tutti fossimo vaccinati: in terapia intensiva ci sarebbero 654 persone, ossia oltre mille in meno.
I morti ieri sarebbero stati 137, anziché 308, mentre in ospedale sarebbero ricoverate 7.570 persone, anziché 18.370.
Ma qui sono pessimista al limite di un novax: perché è del tutto evidente che, vivendo tutti insieme e non in due mondi diversi, qualora fossimo tutti vaccinati probabilmente avremmo numeri ancora più bassi e saremmo vicini alla vittoria contro il nostro comune nemico.
E comunque, anche ci fossero i numeri che ho appena scritto (numeri del periodo peggiore di questa ondata Omicron) oggi saremmo tutti bianchi, non avremmo restrizioni, non ci sarebbero grossi problemi negli ospedali e via dicendo.
Insomma, siamo vittime di una minoranza e dobbiamo pure accettarlo e stare zitti?
Anzi, vedere le manifestazioni di piazza di questa gente che protesta per la loro libertà?
Non ce la faccio a chiudere in modo diverso questo post: MA ANDATE A FANCULO

La favola più bella è quella che finisce male

Mi è venuta voglia di ricordare la straordinaria impresa del Calais, che probabilmente tutti già conoscono: proprio oggi ricorre il ventesimo anniversario della finale di quella incredibile Coupe de France che vide una squadra di dilettanti di quarta categoria giocarsi il trofeo più prestigioso di Francia nel mitico Stade de France di Parigi, teatro di ogni finale di Coppa Nazionale.
I dilettanti giallorossoneri, molti di loro pescatori, giocavano a pallone per puro divertimento: la formula della Coppa di Francia prevede la partecipazione di tutte le squadre iscritte ai campionati ufficiali, compresi quelli dilettantistici.
Naturalmente appena queste squadre trovano compagini di categoria superiore perlopiù vengono eliminate.
E’ un po’ come immaginare la Sanremese che lotta per vincere la Coppa Italia: da noi sarebbe impensabile… e forse anche in Francia per il Calais, prima di quell’anno!
Invece il club portuale sconfigge tutti i suoi avversari nei primi turni ed arriva, già abbastanza a sorpresa, agli ottavi di finale, dopo aver eliminato addirittura il Lilla, che a quell’epoca era in seconda divisione.
Lì incontra il Cannes, squadra di League 2, ossia la nostra serie B: come se la Sanremese contendesse il passaggio ai quarti al Perugia o al Benevento.
I calesiani riescono ad arrivare ai calci di rigore dopo un sofferto pareggio per 1-1 e clamorosamente passano il turno.
Fra le prime 8 squadre, c’è il Calais!
Adesso è il turno dello Strasburgo, squadra di League 1, diciamo che il paragone potrebbe essere uno scontro fra Sanremese e Bologna: per tutti il risultato è scontato e anzi si temono goleade e figuracce.
Invece la gara è incredibilmente equilibrata, lo Strasburgo si ritrova questi ragazzi pieni di verve e anche di buone qualità che giocano per passione e che senza assilli vogliono credere alle favole: dopo essere passato in vantaggio e aver pensato ad una facile passeggiata, chiude il primo tempo sotto 2-1.
Il Calais, nel secondo tempo, difende il prezioso vantaggio con le unghie e incredibilmente riesce a portare in fondo la vittoria.
Semifinale!!!
Dove però c’è il Bordeaux, campione di Francia in carica.
Sanremese-Juventus.
La gara è tesa, il Bordeaux la prende sul serio, non vuole fare scivoloni come accaduto ad altre compagini blasonate e il Calais gioca accorto, ma concentrato: tutti i protagonisti ci credono, vogliono il sogno e lottano senza esclusione di colpi su ogni pallone e mettono dentro al campo passione e gioia, spensieratezza e sana spudoratezza.
I campioni hanno qualche occasione, sono superiori, ma non riescono a segnare, ci provano fino all’ultimo ma i giallorossi hanno eretto un muro per proteggere i propri sogni.
I Girondini sono costretti ad andare ai supplementari e si fanno sorprendere da un eurogol strepitoso che porta il Calais in vantaggio: reagiscono furiosamente e pareggiano quasi subito.
Sembra che l’inerzia della gara sia dalla loro parte, ma il Calais non molla il coltello, stretto sotto ai propri denti con forza inaudita, così quasi allo scadere del secondo tempo supplementare un errore di un difensore in maglia blu spalanca le porte al vantaggio calesiano.
Dopo poco, in contropiede, arriverà persino il 3-1: è il tripudio di un’intera città.
Calais, la mattina dopo, si risveglia in un sogno.
Tutto il paese ormai segue le gesta dei propri eroi e preparano l’esodo per il 7 maggio 2000: tutti a Parigi a tifare, sarà quel che sarà.
In finale c’è il forte Nantes.
Ma i ragazzi, pur impauriti dall’esibirsi in un tempio del calcio dove loro mai avrebbero immaginato di giocare, spinti da un’intera città traslocata per l’eccezione, iniziano a tirare fuori tutte le loro giocate, stordiscono gli avversari, fanno gol e chiudono il primo tempo in vantaggio.
Il sogno è lì, a portata di mano.
E non è la Danimarca del ’92, che pur essendo stata una grande sorpresa, era comunque una squadra di buoni giocatori, tutti professionisti.
Qui si tratta di un club di dilettanti che si è messo in testa di insegnare calcio a chi lo pratica ad alti livelli.
Il Nantes nel secondo tempo pareggia, poi al novantesimo il sogno si infrange, per colpa di un arbitro che evidentemente non sopporta le favole: si inventa un rigore completamente inesistente a favore del Nantes, che lo trasforma in rete e si porta a casa il trofeo.
Alla premiazione il capitano del Nantes ha voluto alzare la coppa insieme a quello del Calais e tutto lo stadio, di qualunque fede calcistica, ha applaudito e gioia e lacrime si sono mescolate in un’immensa serie di emozioni indimenticabili.

Hellas

No, non mi riferisco al Verona, di cui parlerò comunque con un successivo post, ma della favola greca.
Siamo nel 2003, quando Otto Rehhagel, reduce in passato da un’altra impresa straordinaria di cui scriverò presto, si apprestava a condurre la nazionale greca verso le qualificazioni per l’europeo portoghese del 2004.
L’impatto con la Grecia non fu dei migliori per il mister teutonico, che confermò le difficoltà di sempre quando uscì sconfitto per 2-0 in casa dalla Spagna e, al secondo turno, ribadì lo stesso score negativo nella sconfitta in Ucraina.
Due partite e zero punti.
Difficile pensare di qualificarsi… in fondo la Grecia non è la Germania o un altro paese abituato ad alti livelli sempre…
Ad ogni modo il nostro Otto, che fu da giocatore un buon difensore, impostò la squadra in maniera molto più accorta, privilegiando pressing e copertura maniacale degli spazi, salvo ripartire in contropiede.
Gli interpreti più importanti erano il forte difensore Dellas, il portiere Nikopolidis, il forte centrocampista Zagorakis e la punta Charisteas: tutti buoni giocatori, nessun fuoriclasse.
Dal terzo turno di qualificazione in poi la Grecia iniziò un filotto di vittorie, sei per la precisione, in cui non subì nemmeno un gol, giocando peraltro partite in cui certamente non era favorita, tipo quella in Spagna dove si impose per 1-0 sovvertendo ogni pronostico.
Alla fine la qualificazione all’europeo arrivò e sorprendentemente la squadra arrivò addirittura prima nel girone.
Delle 16 squadre arrivate in Portogallo, la Grecia era nettamente ultima secondo i bookmakers, tanto è vero che qualcuno, forse più per scherzo che per effettiva convinzione, diceva di puntare su di loro per cercare di vincere tanti soldi!
Però… quel filotto di sei vittorie consecutive senza subire gol dovevano far pensare…
La partita inaugurale degli ellenici fu proprio con i padroni di casa: il Portogallo era una delle grandi favorite, con campioni del calibro di Deco e Figo e con l’astro nascente Cristiano Ronaldo.
Ma gli Otto boys, con la loro tenuta blu rispolverata per l’occasione al posto della solita classica maglia bianca, sorpresero i padroni di casa con una prestazione superlativa, vincendo per 2-1: gara peraltro mai in discussione, ove si pensi che il gol dei rossi padroni di casa arrivò a tempo ormai scaduto.
La seconda partita mise la Grecia di nuovo di fronte alla Spagna, che stavolta era seriamente intenzionata a prendersi i tre punti che gli erano sfuggiti nel girone di qualificazione: le furie rosse, giocando con grande slancio, riuscirono a segnare, ma i greci non si persero d’animo e tirarono fuori le unghie, andando a cercare e trovare un importante pareggio, che significava di fatto la matematica qualificazione ai quarti con un turno di anticipo!
La terza partita, infatti, era ininfluente: la Grecia fece riposare i giocatori migliori e perse 2-1 contro l’ormai eliminata Russia.
Agli ottavi di finale la cavalcata greca era destinata probabilmente ad interrompersi: di fronte a loro i campioni d’Europa in carica della Francia, con i vari Henry, Zidane e Trezeguet.
Ma la Grecia lotta con tutte le sue forze e mette in campo la consueta grinta e le solite barricate difensive, sempre comunque accompagnate dalla voglia di far male nelle ripartenze.
La Francia spinge, gioca, crea, ma non passa; anzi, è la Grecia ad avere le occasioni migliori e a metà secondo tempo in un contropiede micidiale passa in vantaggio con Charisteas, vantaggio che difenderà con le unghie fino al fischio finale, portando i nostri eroi in semifinale!
I prossimi avversari sono i fortissimi cechi di Baros e Koller, squadra comunque già andata, anch’essa, oltre le proprie ambizioni: sarà una partita combattutissima, nella quale la difesa greca confermerà di essere una fortezza quasi inespugnabile.
Reti bianche e tempi supplementari, dove vige la regola (poi per fortuna abbandonata) del silver goal: il primo che segna ha vinto.
E la Grecia troverà il gol della vittoria proprio ai supplementari grazie al romanista Dellas.
Un altro miracolo calcistico si sta profilando, 12 anni dopo l’incredibile cavalcata danese?
E stavolta ancora più difficile, essendo il torneo composto da 16 squadre e dunque con una partita in più.
Beh, difficile immaginarlo, visto che in finale la Grecia si trova di fronte di nuovo il Portogallo padrone di casa!
Chi può pensare che i lusitani si facciano beffare di nuovo, dopo soli pochi giorni?
Come possono i miracoli ripetersi così?
Ed è qui che scatta la regola del sogno, quella già espressa per gli europei svedesi: la regola secondo cui nella mente degli uomini si instilla una forza nascosta che li convince di essere ormai invincibili, di crederci talmente tanto che niente può più fermarli.
La piccola Grecia gioca di nuovo con il coltello fra i denti, ci crede, sa che se usa la sua concentrazione e la sua cattiveria agonistica, nessuno potrà oltrepassare la sua fortezza.
Il Portogallo le prova tutte, ma non ci va neanche vicino a segnare, sembra veramente che una barriera invisibile protegga la porta di Nikopolidis e nemmeno le giocate di Deco, Rui Costa, CR7 possano scalfirla.
Charisteas nel secondo tempo ha una palla buona e trova il gol: a quel punto il sogno diventa realtà, la forza d’animo dei giocatori in maglia blu si moltiplica, nessuno può più rovesciare le sorti di questa nuova epica impresa.
Finirà così, 1-0, con la Grecia ancora una volta senza subire gol.
E con il titolo in tasca, senza che forse nessuno ci credesse davvero

Miracolo danese

Era l’estate del 1992, avevo 27 anni e stavo per diventare padre.
Quell’anno in Svezia c’erano gli europei di calcio, gli ultimi con solo 8 squadre nella fase finale: l’Italia era stata eliminata dai sovietici, che stavano per diventare CSI, a causa di due partite da dimenticare giocate con la Norvegia.
Le otto partecipanti erano la Svezia padrona di casa, la Germania campione del mondo, l’Olanda campione d’Europa, la Francia che stava iniziando a costruire un radioso futuro che l’avrebbe portata di lì a poco a diventare formidabile, l’Unione Sovietica appunto (o CSI), l’Inghilterra eterna promessa, la Scozia eterna outsider e per finire la “mina vagante” Jugoslavia, squadra fortissima con potenzialità incredibili e giocatori di livello assoluto come Mihajlovic e Savicevic.
Amante del calcio, mi apprestavo a vivere l’ultima kermesse continentale senza figli (!) e da osservatore perfettamente neutrale.
Dieci giorni prima dell’inizio, però, accadde qualcosa: in Jugoslavia imperversava la guerra e all’ultimo momento fu esclusa dalla competizione.
In quattro e quattr’otto gli organizzatori cercarono di mettere una toppa decidendo che avrebbe potuto prendere il posto della nazionale in maglia blu quella squadra che nel girone di qualificazione fosse arrivata seconda dietro a loro, ossia la Danimarca.
Ma nessun giocatore danese era preparato a tale evenienza, molti di loro erano in vacanza e avevano finito la stagione e gli allenamenti.
Furono richiamati tutti e in qualche modo misero su una squadra un po’ raffazzonata che più che altro serviva per fare numero e poter così salvare il format ormai deciso per la fase finale dell’Europeo.
Il giocatore più importante, fra l’altro, ossia Michael Laudrup, che a quell’epoca era una delle stelle del Barcellona, in lite con l’allenatore decise di non partecipare e lascio la sua nazionale, già poco quotata e per nulla pronta a giocare in condizioni ancor più critiche.
I giocatori più rappresentativi erano il fratello di Laudrup, Brian, estroso e talentuoso come Michael ma molto discontinuo e il portiere Schmeichel (fatto curioso, anche suo figlio diversi anni più tardi sarà protagonista di un’impresa forse ancora più clamorosa e di cui scriverò in questa nuova rubrica).
Si comincia.
I nostri eroi in maglia rossa giocano la prima partita con l’Inghilterra e dentro di loro pensano che la tattica migliore sia quella di prenderne il meno possibile: così si difendono con maggior ordine possibile e riescono abbastanza incredibilmente a portare a casa un insperato 0-0.
Nel secondo match tocca alla Svezia, compagine di livello inferiore a quella inglese, ma comunque dotata di buoni giocatori e soprattutto in favore di pubblico.
La Danimarca si difende strenuamente e spera in un altro pareggio, ma a metà del secondo tempo Brolin li gela: la Svezia esce vincitrice per 1-0.
E’ comunque un europeo dignitoso, finora… certo senza segnare, ma anche senza sfigurare.
Terzo turno, arriva la Francia: nello spogliatoio i ragazzi si guardano negli occhi e si dicono che in fondo vale la pena di tentare.
Difendersi e basta che senso ha?
Uscire, magari perdendo ancora 1-0, dicendo che la squadra ha retto fin che ha potuto… in fondo dopo due gare le gambe avevano ricominciato a girare, proviamoci!
La Danimarca affronta la Francia con un altro spirito, magari perderà 6-1, ma la partita stavolta se la gioca.
E allora attacca e prova a segnare e ci riesce, sorprendendo l’incredula avversaria francese che con i suoi campioni (Papin, Deschamps, Cantona…) non avrà certo problemi a recuperare.
I galletti attaccano e mettono a dura prova la difesa danese, finché non riescono a pareggiare.
Hanno anche altre occasioni, ma le sprecano e la Danimarca ci prova ancora e clamorosamente ritrova un altro gol e passa sul 2-1.
La Francia, colpita e smarrita, si getta in attacco, ma Peter Schmeichel tira giù la saracinesca e difende con i denti l’incredibile risultato e il clamoroso passaggio del turno.
A quel punto la Danimarca è lanciata verso il sogno: non hanno nulla da perdere, sono la squadra materasso, la più debole di tutte, ma ci sono.
Ci hanno interrotto le vacanze per fare numero? Adesso vi facciamo vedere di che pasta siamo fatti.
In semifinale c’è l’Olanda campione in carica, una montagna da scalare: Laudrup e compagni non si perdono d’animo e se la giocano a viso aperto, come contro i francesi, credendo in loro stessi e gettando il cuore oltre l’ostacolo.
Vanno due volte in vantaggio, vengono raggiunti, rischiano di capitolare più volte, ma altre volte si rendono pericolosi.
La partita è avvincente e finirà ai rigori e lì i danesi vinceranno la roulette, grazie anche alle parate del loro portierone.
La Danimarca è in finale!
Sì, ma contro i campioni del mondo della Germania, partita senza storia…
Oltretutto con la maggior stanchezza dovuta alla lunga semifinale con gli orange, mentre i tedeschi hanno vinto con relativa facilità contro la Svezia.
Ma ormai chi li ferma più?
Credo esista una sostanza invisibile nella testa di ogni uomo che ti da una forza superiore a tutto il resto, quando inizi un percorso virtuoso e senza apparente motivo continui a percorrerlo e fai imprese inimmaginabili.
Ormai la Danimarca era inarrestabile, il Sogno si era fatto troppo grande per essere fermato.
La favola era già scritta: la finale fu dominata, grandi giocate, armonia totale fra i reparti, una partita senza storia vinta per 2-0 con la Germania inebetita e spettatrice di tale prestazione.
E così i ripescati si portarono a casa il trofeo, che nessuno di loro potrà mai dimenticare.
E nemmeno nessun tifoso danese

Future interview

5 Aprile 2069

Buongiorno, mister “xy”, come sta?
Sto bene, grazie. Ho 89 anni, ma per adesso me la cavo!
Prima di cominciare, un domanda su di lei: perché “xy”?
Guardi, ormai potrei anche svelarmi, alla mia età… ma sono un uomo d’onore, ho fatto un patto e desidero rispettarlo… “xy” perché mister “x” esisteva già in un vecchio film su Kennedy, ma lei è troppo giovane per saperlo…
Allora, so che ha da raccontarci cose particolarmente importanti…
Beh, io sono uno dei tanti ex operatori oscuri, coloro che muovono i fili del mondo dietro le quinte: nessuno ci conosce eppure siamo noi a decidere le cose più importanti, naturalmente svolgendo un compito che ci viene assegnato. Parlo al presente perché, anche se da tempo sono andato in pensione, sono ancora tanti quelli che fanno questo, tutt’oggi.
Per chi lavorava?
Per una organizzazione di carattere mondiale, chiamiamola una multinazionale, che però non è privata, ma pubblica: aderiscono a tale organizzazione le più grandi potenze mondiali che si accordano su tutto, anche sul farsi la guerra… che quindi molto spesso non è strumento di contrasto, ma operazione economica concordata. Io nel 2020 avevo 40 anni ed ero brillante e molto stimato, in quel periodo il mio referente era il Presidente Trump.
Continui…
Io ero a capo della sezione economica, avevamo il compito di gestire e indirizzare l’economia mondiale che periodicamente era in una crisi apparentemente irreversibile. Uno dei tanti problemi di una società capitalistica, per cui c’era bisogno sovente di uno scossone, una guerra, qualcosa da cui poi ripartire e far nuovamente girare il motore.
Sta dicendo cose terribili.
Immagino, ma lei crede che non sia sempre stato così? Io ancora ero troppo giovane nel 2001, ma so per certo che anche l’11 settembre sia stato studiato a tavolino…
Ci parli del suo lavoro.
Io ho condotto l’operazione più complicata di quei tempi: non potevamo più permetterci guerre, Trump era appena andato da Kim, allora presidente nordcoreano, per fargli capire che avrebbe dovuto interrompere la sua corsa agli armamenti, in cambio di diversi favori che credo mai siano venuti alla luce. Dovevamo inventarci qualcosa perché l’economia, secondo i nostri esperti, era nuovamente alla vigilia di una crisi planetaria e non potevamo più permetterci una guerra che avrebbe potuto voler dire la fine dell’umanità… E così cercammo di portare il mondo ad avere una specie di bomba N senza bombe.
Sta parlando per caso del Covid-19?
Esatto, proprio di quello: il capolavoro fu aver trovato un sistema per farlo sembrare un virus animale, invece fu interamente costruito in laboratorio. I miei referenti scientifici mi garantirono che fosse qualcosa di non gravissimo (i miei capi politici si erano raccomandati, ovviamente), ma sufficiente per fermare tutte le economie del mondo per diversi mesi.
La storia, poi, è nota…
Sì, l’economia com’era all’epoca fu annientata e tutti i paesi del mondo dovettero ripartire quasi da zero, una vera e propria ricostruzione dopo un reset totale!
Beh, non è stato indolore…
No, assolutamente, morirono tante persone, perlopiù anziane… Quasi tutti persero il lavoro, tanti morirono di fame e stenti o si suicidarono. E poi aumentarono le violenze, era inevitabile.
Ma poi il mondo si è saputo riprendere, anche se lentamente.
Esatto, quando si imboccò la strada della ripresa fu una rinascita di entusiasmo incredibile, una specie di dopoguerra.
Che coincise con la cura definitiva della malattia.
Spero che lei sia intelligente da capire che non fu un caso… o credeva che noi non avessimo già le cure?
Guardi, sono un giornalista di vecchia data, ma le assicuro che riesco ancora a stupirmi… La ringrazio, mister “xy”.
Grazie a lei… io mi sono tolto un peso, oggi, forse morirò più tranquillo. Ma ricordi, senza di noi le cose sarebbero state ben peggiori

Vite sconvolte

All’improvviso, il 2020 si è trasformato in un incubo per tutti noi.
Una tragedia mondiale ha sconvolto le nostre vite in un modo talmente violento che non riesco a pensare a come potremo uscirne.
Ognuno di noi è in pericolo, siamo attaccati da questo virus mostruoso e dobbiamo difenderci a ogni costo.
La vita sociale non esiste più, non usciamo più, non ci vediamo più.
I negozi sono chiusi, dobbiamo farci anche i capelli da soli.
Non esiste più il calcio né il tennis né altri svaghi per aiutarci a passare le giornate in casa.
Non esiste quasi più la pubblicità e quindi a breve anche ciò che ci viene offerto “gratis” dalla rete non ci verrà più offerto.
Ci stiamo incamminando verso l’abisso più nero.
E la cosa raccapricciante è che la gente ancora non lo ha capito: fanno il conto alla rovescia a non si sa quale data (prima la comica 3 aprile, poi non si sa se maggio o il 31 luglio…), mentre la nostra vita è ormai già profondamente cambiata, forse per sempre.
Quand’anche la ormai famosa curva dei contagi dovesse prendere finalmente la direzione giusta, potremmo allentare la stretta, in assenza di vaccini e cure?
Ovviamente no, anche perché gli altri paesi sono più indietro di noi e il virus non guarda le cartine e non si intende di confini nazionali.
Quand’anche potremo affermare che avremo raggiunto una situazione accettabile, potremo ricominciare?
Ovviamente no, perché non avremo alcuna certezza che il problema non si ripresenti intatto.
Certo, prima o poi troveremo un modo per uscirne, io pensavo al vaccino… ma anche quello, a parte i tempi biblici, servirà in presenza di un virus così mutante e veloce?
Forse troveranno qualche farmaco che riesce a gestirlo, se non proprio a debellarlo.
Forse prima o poi riusciremo a trovare una dimensione di vita accettabile.
Ma qui ci sono ben tre grandi incognite: una è il quando, una è il come, la terza la dico fra poco.
Sul quando e sul come dovrei scrivere un libro intero, quindi mi fermo qui, in attesa di future riflessioni.
Poi c’è il terzo punto, il più importante: attaccherà anche me questo virus? In che modo? Forte, debole…? Attaccherà persone a me care? Ci saremo ancora tutti “dopo”?
Altro che parlare di scuole e di calcio.
Svegliatevi, gente

Generazioni

Sono cresciuto in un tempo di difficile catalogazione, in una sorta di cuscinetto: da una parte le fantasie a briglia sciolta degli anni 70, dove ognuno sembrava avere grande carisma, dove regnavano gli ideali, dove il sentiment politico era altissimo, dove sembrava di vivere in perenne situazione sperimentale – grandi idee, grandi cazzate, grandi (le prime) libertà – e poi gli eccessi, il terrorismo, etc.; dall’altra parte gli anni 80, con l’inizio del conformismo, delle regole, dell’appiattimento, dove la sostanza lasciava il passo all’apparenza, dove iniziava il politically correct, dove la psichedelia lasciava spazio alla new wave, dove il moralismo e il perbenismo tornavano prepotenti, però sorretti dall’avanzamento delle tecnologie.
Ma la cosa che voglio scrivere adesso, in particolare, è la velocità con cui i periodi cambiavano, perché per esempio chi ha pochi anni meno di me ha vissuto gli anni 90, ancora diversi rispetto a prima: consumismo sfrenato, noia, solitudine, nichilismo, ricerca spasmodica di nuove religioni.
Poi non so più: la vita mi ha reso forse insensibile all’analisi dell’attualità, ma sembra che negli ultimi 20-25 anni, più o meno da quando esistono i cellulari, non sia successo più nulla di così rilevante, ma è evidente che sbaglio io.
Capirci è sempre più difficile, ma di sicuro aver vissuto modelli così diversi ci rende già in partenza differenti gli uni agli altri, bastano pochi anni di differenza di età